PIENA DI GRAZIA

Penelope, che attraversa il tempo e resiste al dubbio e alla paura. Pandora, che porta dentro con sé il male del mondo e la speranza del futuro. Antigone, che con il dissenso chiede pace e giustizia. Circe, votata all’incanto, travolta dal desiderio. Medea, che sceglie la strada della crudeltà. E Maria, lei, piena di grazia.

Ilaria Sagaria sembra conoscerle tutte queste donne, sembra aver ascoltato con attenzione le loro voci e aver raccolto ognuna delle loro storie per restituircele attraverso il lessico e la consapevolezza dell’arte.
E le storie di queste donne rappresentano la complessità stessa del mondo femminile.
Madre, figlia, dea, maga.
Identità diverse e storie diverse, accomunate dal desiderio di mostrarsi ed essere mostrate.
Ed è proprio compito di chi utilizza gli strumenti dell’arte scandagliare la realtà, rileggerla, ricrearla e restituirla al mondo con un linguaggio universale.
Le sue immagini narrano di fiabe mitologiche, di ritmi ancestrali, della carnalità dei corpi che si svelano al nostro sguardo e della gestualità che porta con sé significati profondi.
Non c’è una storia.
Le storie sono mille e ancora mille, come quelle di Sherazade.
Favole che ci restituiscono la vita.
Vita che diventa simbolo.
Ed è proprio il simbolo che viene scelto con meticolosa cura in queste fotografie, perché non è oscuro, ma è comprensibile anche se complesso, perché fa parte interamente del nostro stratificato bagaglio culturale ed emotivo che guarda al passato ma vede nel presente.
Ed ecco allora che siamo proiettati nei contrasti di luce della pittura del Seicento, nell’accuratezza della ricerca fiamminga, nella delicatezza materna della pittura rinascimentale, nelle fiabe popolari dei Grimm, nell’eleganza dell’antichità classica, nella bellezza preraffaellita e nell’oscurità della letteratura gotica.
Quello che colpisce nelle fotografie di Ilaria è la loro capacità di trasportarci in tempo antico dove misticismo e spiritualità trovano forma nel corpo femminile che accoglie o respinge, che talvolta si nasconde.
Siamo in un tempo che potrebbe essere il nostro.
Siamo nel tempo del sogno, della realtà, dell’arte e della fotografia.
Siamo nel tempo di Ilaria che narra con la voce calma di Penelope, timorosa di Pandora, disperata di Antigone, appassionata di Circe, furiosa di Medea, e piena di grazia di Maria.
Ora, semplicemente, tocca a noi ascoltarle.

 Renza Grossi

 

 

 

Tra mitologia, arte e fotografia, l’autrice restituisce un immaginario complesso e stratificato, denso di simboli culturali, di rimandi e dettagli artistici e di echi della psiche, esplorando lo sfaccettato universo – interiore ed esteriore – del femminino. A partire da tempi remoti, si sono stratificati canoni di bellezza obbligati, mutevoli, sofferti e spesso irraggiungibili, non necessariamente frutto dello sguardo femminile. Tra ideale di bellezza a cui tendere, miti di pudore e fertilità, senso di irrimediabile caducità e decadimento terreni, emerge allora anche la rivendicazione dell’imperfezione del corpo. Grazie a un sapiente uso della luce e del colore che sembrano a tratti voler fondere pittura e fotografia facendole dialogare in un continuum, l’autrice conia un’originale attualizzazione della bellezza al femminile, proiettandola in un presente fatto di buio e luce che ancora conserva in sé l’eredità della classicità e oscuri archetipi.”

Claudia Ioan 

 

 

 

“La carne nella sua accezione più terrena si fa protagonista negli scatti di Ilaria Sagaria. Ripiegata, straziata, cruda diviene specchio di una trasfigurazione dove l’elemento del sacro è riportato a una visione sensorialmente terrena. Condannato alla grazia, emblema dell’inconciliabilità tra la visione idealizzata e quella reale, il corpo femminile mostra in queste immagini il suo dualismo tra estasi e tormento. La ricerca di precisi effetti chiaroscurali suggerisce un esito quasi pittorico che rievoca esiti caravaggeschi, coadiuvato dalla presenza di dettagli e simboli che attraversano la storia dell’arte, dal melograno, simbolo di fertilità, alle foglie larghe che alludono al pudore con il quale i progenitori si coprono dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Peccato e redenzione, paura e seduzione sono estremi di un pendolo che incessantemente oscilla nell’attraversare queste immagini, dove frammenti di un corpo in definizione si ricompongono in un ritratto collettivo, prima ancora che individuale.”

Alessandra Troncone

 
 

FULL OF GRACE

Flesh in its most carnal meaning becomes the protagonist in Ilaria Sagaria’s photographs. Folded, torn, raw it becomes the mirror of a transfiguration where the element of the sacred is immersed in a vision that is sensorial and earthly. Condemned to grace, emblem of the irreconcilability between an idealised vision and reality, in these images the female body exposes the dualism between ecstasy and torment. The search for precise chiaroscuro effects results in an almost pictorial outcome that evokes Caravaggesque scenes, assisted by the presence of details and symbols that span across the history of art, from the pomegranate, a symbol of fertility, to the broad leaves that hint to the modesty with which the progenitors covered themselves after the expulsion from Eden. Sin and redemption, fear and seduction are extremes of a pendulum that oscillates incessantly through these images, where fragments of a body in the process of definition are recomposed as a collective portrait first, as well as an individual one.

By Alessandra Troncone